Intervista a Valerio Bassan
“Come diventare” è la rubrica di Senza Redazione che esplora i diversi lavori freelance, raccontati da chi li fa davvero.
di Cristiana Bedei
Valerio Bassan è un giornalista e autore che, negli anni, ha intrecciato l’esperienza editoriale con quella strategica. Come consulente, ha affiancato testate e media company italiane e internazionali – tra cui Il Sole 24 Ore, Forbes, Feltrinelli, Vice, Internazionale, L’Espresso, Will – nello sviluppo di prodotti, modelli di business e strategie digitali.
È condirettore del festival DIG, il principale appuntamento europeo sul giornalismo investigativo, e cura la newsletter Ellissi, punto di riferimento per chi si occupa (o si preoccupa) di media, innovazione e futuro dell’informazione. Nel suo TEDx, intitolato “L’economia della relazione salverà i media”, ha spiegato perché costruire un legame con il pubblico è oggi una delle sfide cruciali per chi lavora nell’informazione.
In questa intervista ci racconta come si è evoluto il suo percorso, come si lavora nella strategia digitale e quali competenze servono per iniziare.
Come sei arrivato a occuparti di digital strategy?
Valerio Bassan: Ho iniziato a collaborare con alcune testate locali in adolescenza, poi con qualche blog mio e di altri. Tra università e scuola di giornalismo ho fatto almeno sei o sette stage.
Nel 2011 mi sono trasferito a Berlino e nel 2012, con la mia compagna del tempo, ho diretto Il Mitte, un sito di notizie e approfondimenti rivolto alla comunità italiana in Germania. Mi sono ritrovato a dover pensare alla parte imprenditoriale di un media. Come farsi conoscere? Come ripagare le spese? Come crescere e ampliare la propria offerta editoriale? Era una realtà piccola e autoprodotta, però facevamo cose «da grandi»: organizzavamo eventi, raccoglievamo pubblicità, costruivamo partnership editoriali con istituzioni e brand.
È lì che ho cominciato a farmi una domanda fondamentale: quali sono i bisogni informativi del nostro pubblico? Che cosa vorrebbero leggere stamattina sul nostro sito? Sembra banale, ma ancora oggi si tende a minimizzare l’importanza degli user needs per la sostenibilità economica di un prodotto editoriale; al Mitte capii che quello era un aspetto che mi intrigava moltissimo.
Dopo quell’esperienza sono tornato in Italia per dirigere Vice News. È stato un incarico di gestione editoriale molto stimolante, ma sentivo il bisogno di occuparmi anche di prodotto, tecnologia, audience, monetizzazione. Era difficile per me pensare “solo” al giornalismo, sentivo che senza un approccio strategico a tutto tondo era difficile fare informazione di qualità. Volevo imparare, ma non avevo ancora gli strumenti. Così ho fatto domanda per un master diretto dal leggendario Jeff Jarvis alla City University di New York, dedicato proprio alla parte imprenditoriale del giornalismo.
Ho mandato l’application senza grandi speranze, invece qualche mese dopo mi hanno offerto una borsa di studio. Mi sono licenziato e sono partito. È stata un’esperienza fondamentale: ho imparato da professionisti e testate che avevano già affrontato con successo la transizione digitale. Tornato in Italia, ho iniziato subito a lavorare come consulente freelance, prima con Forbes, poi con Il Sole 24 Ore e poi via via con tutti gli altri. Sono passati quasi otto anni e questo è diventato il mio lavoro a tempo pieno, sia da solo che con Supercerchio.
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Quali sono le attività principali del tuo lavoro?
Valerio Bassan: Mi occupo soprattutto di delineare le strategie di sviluppo e monetizzazione dei media digitali. Si parte sempre dallo studio dei bisogni dell’audience a cui ci si rivolge, per poi identificare opportunità di mercato e tecnologiche.
Da lì si costruisce – in collaborazione con il team interno – un piano strategico, personalizzato in base al progetto: può riguardare la linea editoriale, il modo in cui la testata si rivolge al pubblico, la struttura del sito o dell’app, il modello di business, l’offerta e il pricing, il marketing. Alla fine si definisce un piano d’azione, ovvero un percorso fatto di interventi grandi e piccoli, da monitorare e aggiornare nel tempo.
Poi dipende: c’è chi mi coinvolge per gestire l’intera strategia digitale e chi per un progetto specifico, come ad esempio il rifacimento dell’offerta delle newsletter o la revisione delle strategie su paywall e abbonamenti.
Quali competenze servono in questo campo?
Valerio Bassan: Serve il giusto mix. Per prima cosa, bisogna studiare costantemente: leggere report, analisi, dati, notizie, e costruirsi una mappa mentale di cosa sta succedendo nel giornalismo e nel digitale.
È importante capire come funziona l’infrastruttura del web – la tecnologia, la monetizzazione, le piattaforme. Ma anche saper leggere un bilancio, scrivere un macro business plan, usare i dati con oggettività. Per i giornali, il tempo delle decisioni prese con l’istinto è ormai archiviato.
Ma la vera differenza, secondo me, la fa la componente giornalistica. Credo sia quella che mi differenzia rispetto ad altri consulenti, che talvolta faticano a capire i meccanismi e le sensibilità di chi fa questo mestiere. Le redazioni sono organismi viventi, con equilibri delicati: serve averli vissuti, per capirli davvero.
Che opportunità offre oggi questo lavoro?
Valerio Bassan: È un ruolo ancora poco codificato, cambia ed evolve continuamente. A volte è difficile spiegare cosa faccio! Io poi procedo sempre un po’ a modo mio, cerco di collaborare con progetti ad ampio spettro, anche con singoli creator e realtà più piccole che però mi stanno a cuore per le battaglie sociali o politiche che portano avanti o per la loro importante missione editoriale.
Fortunatamente, in questi anni ho visto crescere esponenzialmente il numero di figure ibride come la mia dentro le redazioni: product manager, digital strategist, responsabili audience e monetizzazione, analisti dei dati.
Le testate, anche quelle piccole o medie, stanno capendo che per fare informazione oggi servono competenze digitali più ampie.
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Che consigli daresti a chi vuole intraprendere un percorso simile?
Valerio Bassan: Iniziare studiando a fondo i report di settore come quelli del Digital News Report (Reuters), del Pew Research Center, e siti come NiemanLab, PressGazette, The Fix. Iscriversi a newsletter come The Rebooting, A Media Operator, Mediastorm.
E poi, partendo dal giornalismo, specializzarsi verticalmente con dei corsi in product management, analisi dati o sviluppo business, per poi proporsi alle testate. Poco alla volta, si costruisce una rete di persone e di realtà con cui collaborare, un po’ come avviene anche con il lavoro giornalistico “puro”.
Come pensi che evolverà il ruolo del digital strategist nei prossimi anni?
Valerio Bassan: È un ruolo che richiede un’evoluzione continua. Le competenze cambiano, il contesto pure. È difficile annoiarsi.
Nei prossimi anni le strategie digitali diventeranno ancora più centrali per le testate e vedremo nuove sfide: i problemi di monetizzazione generati dal web “a zero-click” ma anche l’impatto dell’intelligenza artificiale sulla produzione e distribuzione dei contenuti. Sarà necessario ritrovare rigore giornalistico e trasparenza editoriale e riaffermare la centralità umana tra le macchine, pur sfruttando le grandi potenzialità che l’IA ci offre per lavorare meglio e con maggiore efficacia.
E poi, come ricordo spesso, senza un modello di business efficace, non c’è libertà di stampa. La dipendenza economica è la prima nemica del buon giornalismo. Tutto è interconnesso, dalla visione al rapporto con le community, nel definire gli scopi e obiettivi che l’informazione può raggiungere per garantire il buon funzionamento delle nostre acciaccate democrazie.
Foto di Pietro Baroni
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