Intervista a Giorgia Feroldi
“Come diventare” è la rubrica di Senza Redazione che esplora i diversi lavori freelance, raccontati da chi li fa davvero.
di Cristiana Bedei
Dopo un diploma in Art & Design al London College of Contemporary Arts e una laurea in Fashion Art Direction al Polimoda, Giorgia Feroldi ha scelto la scrittura per raccontare la moda come sistema culturale e sociale.
Oggi firma articoli per testate come Vogue Italia e Vogue Runway, tra le altre, e porta avanti una pratica curatoriale indipendente che unisce ricerca sonora sperimentale e scrittura critica, alla base del progetto Glissando, di cui è fondatrice.
In questa intervista ci racconta come ha iniziato, come lavora oggi e cosa serve davvero per entrare in questo settore.
Qual è stato il tuo percorso per arrivare a scrivere di moda?
Giorgia Feroldi: L’interesse per la parola è sempre stato con me, ma è nato prima in inglese che in italiano – un’ossessione linguistica che mi accompagna fin dalla tenera età. La moda è arrivata più tardi, alla fine del liceo, quando cercavo un percorso che fosse al tempo stesso umanistico, creativo e multimediale.
Ho scelto di studiare prima Art & Design a Londra per poi intraprendere 4 anni in Fashion Art Direction al Polimoda, dove ho capito due cose: che non amavo lavorare sui set e che preferivo di gran lunga passare ore a studiare le implicazioni sociologiche dei vestiti, che mi divertivo a incrociare poi con le contaminazioni artistico-filosofiche nei lavori che producevo.
Dopo la laurea ho raccolto gli articoli accumulati negli anni universitari e ho risposto a una ricerca per un incarico da contributor per The Greatest Magazine.
Come hai trovato i primi incarichi?
Giorgia Feroldi: Per almeno un anno ho scritto gratuitamente, poi ho deciso che anche piccoli compensi erano un modo per mettere un limite e riconoscere valore al mio tempo, subito dopo aver partecipato a un breve corso sul giornalismo de Il Post.
Non ho mai fatto stage redazionali, anche perché ho iniziato nel pieno della pandemia: tutto è partito da sola, in una casa di provincia lontana dai centri della moda, da freelance.
Credo sia stata al tempo stesso una fortuna e una sfortuna: mi ha permesso di iniziare intervistando subito nomi conosciuti per la carta, il primo fu Mike Amiri, ma non mi ha dato lo spazio necessario per fare errori o costruirmi un network. Volevo lavorare soprattutto in contesti più indipendenti, ma sono inevitabilmente i più difficili a cui accedere: ho collaborato per un po’ anche con Lampoon e spazi simili, senza perdere di vista quello che si muoveva online, come la famosa newsletter di Federica Salto, a cui ho proposto un mio pezzo quando c’è stata l’occasione. È stata lei, in un secondo momento, a volermi in Vogue Italia: gli anni insieme sono stati un momento molto prezioso, anche grazie al senso di famiglia che Francesca Ragazzi ha sempre promosso.
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Che tipo di attività svolgi oggi nel tuo lavoro da freelance? Ti occupi solo di articoli o anche di altri progetti?
Giorgia Feroldi: Scrivo articoli per Vogue Italia, con cui sono sempre in contatto; Vogue Runway, per la quale seguo le varie fashion week di Milano; curo la rubrica “Industry” di moda e beauty sul cartaceo di Rivista Studio, con la quale collaboro anche per interviste e long-form. Scrivo anche contenuti editoriali commerciali, di solito in ghostwriting, destinati sia ai cartacei che al web o social media.
Parallelamente insegno in università e master, modero talk e contribuisco a testi più ampi su richiesta di case editrici, come Phaidon ad esempio, o Vogue Business. Da poco ho lanciato il mio progetto personale più importante: Glissando è uno studio della moda attraverso la lente del suono, e offre servizi dedicati ai brand e istituzioni – dal soundtrack di una sfilata o campagna alla curatela di soundscape per eventi o mostre – oltre a uno spazio di approfondimento sotto forma di newsletter-zine su Substack.
Che competenze servono oggi per lavorare nel giornalismo di moda?
Giorgia Feroldi: Sicuramente la curiosità e la determinazione, ma anche l’etica: secondo me è una competenza tutt’altro che banale, e oggi è sempre più rara. Serve anche una certa resistenza all’incertezza, per come si presenta il mercato dell’editoria attuale.
Dal punto di vista tecnico, conoscere le pratiche SEO e avere dimestichezza con CMS e social media aiuta. Più di tutto, forse, serve sensibilità: per chi si intervista, per come si leggono i trend, per come si costruisce una narrazione rilevante in mezzo a mille sollecitazioni.
Cosa ti chiedono più spesso quando ti propongono un incarico?
Giorgia Feroldi: Dipende. Se si tratta di contenuti commerciali, c’è spesso un lavoro di mediazione: si fa avanti e indietro tra il tono del brand e quello del magazine, per trovare un equilibrio che funzioni. Essendo un mondo indissolubilmente legato alla pubblicità, non mancano le richieste da questo punto di vista.
In altri casi, invece, sono io a proporre idee. In questo caso si osservano i trend, i numeri che muovono il settore, o semplicemente i temi caldi del momento. Risulta più difficile scrivere contenuti cosiddetti freddi, perché potenzialmente meno performanti.
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Che consiglio daresti a chi vuole iniziare oggi?
Giorgia Feroldi: Di iniziare subito a collaborare con i magazine e le piattaforme, già durante il percorso di studi. È un periodo in cui tendenzialmente si ha più tempo, anche per sbagliare, senza un’esagerata pressione economica. Permette di farsi un’idea più concreta dei propri interessi, in modo complementare agli spunti che offre già l’università.
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