Come diventare: public speaker

5–7 minuti
Attilio Reinhardt sul palco durante un evento, in abito scuro e microfono ad archetto, mentre tiene in mano una cartellina.

Intervista ad Attilio Reinhardt

“Come diventare” è la rubrica di Senza Redazione che esplora i diversi lavori freelance, raccontati da chi li fa davvero.

di Cristiana Bedei


Il public speaking è l’arte di parlare in pubblico in modo chiaro, efficace e coinvolgente. Una competenza sempre più richiesta in molti contesti professionali: dagli eventi aziendali ai corsi di formazione, dalle cerimonie ai contenuti digitali.

Lo sa bene Attilio Reinhardt (nome d’arte) che, dal 2007, lavora come presentatore freelance: ha condotto eventi aziendali, istituzionali, attività di team building, serate di gala, collaborando con clienti come Astrazeneca, IFAD (International Fund for Agricultural Development) e TCC The Continuity Company, tra gli altri, in location come il Casinò di Venezia o Palazzo Pirelli a Milano.

Si occupa anche di matrimoni, soprattutto per coppie straniere che scelgono l’Italia per il loro “destination wedding”, in qualità di celebrante e Wedding MC.

In questa intervista racconta com’è arrivato a fare questo mestiere, perché parlare in pubblico richiede settimane di lavoro (anche per pochi minuti di scena), e come nascono i suoi discorsi – tra post-it, script e zero intelligenza artificiale.

Partiamo dall’inizio: come sei diventato public speaker?

Attilio Reinhardt: È stata un’evoluzione naturale. Ho lavorato per anni nell’ambito della comunicazione, prima editoriale e poi pubblicitaria, perlopiù alla tastiera del computer, con qualche incursione in tv e radio locali, davanti alla telecamera e al microfono.

Al contempo, per passione, mi sono trovato a condurre alcuni spettacoli di intrattenimento in locali e teatri, con un buon riscontro. Inaspettatamente, questa attività parallela si è evoluta, diventando un secondo lavoro e, infine, la mia professione principale.

Successivamente ho focalizzato i miei settori di riferimento: quello degli eventi (soprattutto aziendali e istituzionali) e quello dei matrimoni. In entrambi i contesti ho la possibilità di unire due competenze: parlare al microfono e scrivere. Nella maggior parte dei casi, i miei clienti sono stranieri, quindi lavoro molto in lingua inglese.

Quali sono le tue attività principali come public speaker oggi?

Attilio Reinhardt: Nell’ambito corporate, ricopro il ruolo di presentatore di eventi aziendali e attività di team building. Nei matrimoni sono celebrante e Wedding MC, ovvero la persona delegata ad annunciare i diversi momenti dell’evento e intrattenere gli ospiti.

In entrambi i settori ho la possibilità di lavorare a stretto contatto con i miei clienti, prima cercando di capire i loro bisogni con incontri e interviste, poi costruendo un tipo di conduzione o di cerimonia su misura. L’ultimo passaggio, naturalmente, è quello in cui si va concretamente in scena e, finalmente, si parla davanti al pubblico.

Paradossalmente, in termini prettamente temporali, parlo al microfono per un totale di circa un’ora. Ma quell’ora è il risultato di settimane fatte di call, email, ricerche, redazione di bozze e script, in cui si prepara tutto.

Quali competenze servono davvero per parlare in pubblico?

Attilio Reinhardt: Il public speaking è fatto di competenze diverse, che pesano in modo differente a seconda del contesto. Nella mia area di azione, le principali sono: conoscenza dello speech writing (scrittura di discorsi), un lessico ricco, attenzione alla grammatica, una buona dizione, uso consapevole e cura dell’apparato fonatorio, controllo del linguaggio del corpo, un po’ di esperienza di palco.

Ma, ribadisco, dipende dal contesto. Ci sono ambiti in cui alcune di queste competenze sono quasi irrilevanti. Ma è comunque utile farle proprie. Del resto, anche chi lavora come speaker in radio,  spesso in studio e lontano dal pubblico, può trovarsi a dover fare eventi dal vivo sul palco.

Come si costruisce un intervento efficace?

Attilio Reinhardt: Innanzitutto cerco di avere il materiale base dal cliente il prima possibile. Ci sarà sempre qualche cambiamento all’ultimo minuto, quindi meglio prepararsi in anticipo. In quel materiale, cerco almeno un elemento che colleghi i vari argomenti. Se non c’è, lo creo.

Poi abbozzo una struttura del discorso in base all’obiettivo: che si tratti, ad esempio, di aprire in modo celebrativo una cena di gala per un evento istituzionale o raccontare in modo romantico la storia di una coppia, cerco legami logici tra i temi.

Passo quindi alla scrittura delle parti più articolate. Talvolta inserisco citazioni, ma solo se davvero necessarie: niente deve sembrare un pretesto per mettersi al centro della scena (e non c’è speaker più inutile di uno vanitoso). 

In ogni caso, la parola d’ordine è “struttura”. Gli strumenti della retorica sono la base di questa parte del mio lavoro.

Che ruolo hanno gli strumenti e la tecnologia nel tuo lavoro?

Attilio Reinhardt: Quando scrivo, oltre al computer, uso solo i post-it. Per ogni concetto, un foglietto. Li attacco a una parete del mio studio, poi li sposto, riscrivo e riattacco finché la struttura non mi convince. A quel punto comincio a scrivere il discorso vero e proprio, tenendo sempre d’occhio la parete.

Per lo speech writing non uso l’intelligenza artificiale. Un discorso va modellato sul contesto, sul pubblico, sullo stile del committente e sulle proprie capacità interpretative. Durante questo processo il testo diventa sempre più “mio”. Così, quando sono sul palco, esporlo è naturale: conosco già i passaggi, i cambi di ritmo, le intonazioni. Molte parti le ricordo a memoria.

Un testo scritto dall’intelligenza artificiale dovrei comunque studiarlo come farebbe un attore. A parità di tempo e di energie, il risultato finale è migliore con il metodo tradizionale.

Cosa consiglieresti a chi vuole iniziare a fare questo lavoro?

Attilio Reinhardt: Un corso di public speaking è utile, ma affiancarlo ad altri percorsi come scrittura e recitazione (anche improvvisazione teatrale) può fare la differenza. Dipende però dall’ambito in cui si vuole lavorare: spettacolo, settore corporate, cerimonie… ognuno ha logiche e modalità diverse.

Anche osservare cosa fanno altre persone è utile. Guardando i TED talk, per esempio, si notano strutture retoriche ricorrenti che ogni speaker adatta a sé.

Penso sia un errore credere di non aver bisogno di studiare e migliorarsi. Basta riguardarsi in un video, anche solo ripreso a bordo palco, per capire su cosa lavorare: ci si muove troppo, si tiene male il microfono, si legge troppo lo script, non si guarda il pubblico…

Quali possibilità offre oggi il public speaking?

Attilio Reinhardt: Il public speaking è una competenza utile in tanti contesti. Ma, come per ogni lavoro freelance, bisogna cercare attivamente idee e occasioni.

La carriera radiotelevisiva attira molte persone e, se si è in una fase della vita in cui si ha spazio per investirci tempo ed energie, vale la pena tentare. Gli eventi aziendali sono un buon settore per chi vuole lavorare come presentatore o presentatrice. I lockdown hanno anche accelerato la diffusione di eventi digital e phygital, dove spesso serve una figura professionale per la conduzione da remoto.

Il settore dei matrimoni è un’opportunità, sia come celebrante che come Wedding MC. In quest’ultimo caso servono anche conoscenze base di galateo e una certa capacità di animazione.

Infine c’è l’insegnamento, che pratico anch’io con i miei corsi di public speaking. Ma credo si possa insegnare solo dopo aver maturato una vera esperienza sul campo.


Foto credits: Maurizio Balzarini


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