Fai informazione sui social? Ecco qualche consiglio

3–5 minuti
Persona sorridente in primo piano, leggermente sfocata, mentre sistema uno smartphone su un treppiede con anello luminoso, pronta a registrare un contenuto video.

di Olatunji Olaigbe (traduzione Cristiana Bedei)


Negli ultimi anni, molte testate hanno cercato di portare il pubblico dai social ai propri siti. Thread su X, post su Facebook, reel su Instagram: spesso questi contenuti sono pensati per incuriosire e rimandare all’articolo completo pubblicato altrove.

Oggi, però, sono sempre di più le testate, le giornaliste e i giornalisti che scelgono di parlare direttamente con il proprio pubblico esclusivamente sui social.

“Se non raggiungiamo le persone sulle piattaforme che usano ogni giorno, non verranno a cercarci sul nostro sito”, spiega Damilola Banjo, producer di Kara House. “Per questo puntiamo a raggiungerle proprio lì, con contenuti pensati per adattarsi alle loro abitudini e ai loro interessi”.

Per capire meglio cosa significa fare giornalismo pensato per i social, abbiamo parlato con Kara House e gst, due giovani redazioni africane che ci lavorano ogni giorno.

Ecco cosa ci hanno raccontato.

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Format e storytelling

Fare giornalismo per i social è molto diverso dal creare contenuti per un sito o per una testata tradizionale. “Le redazioni che lavorano principalmente sui social adattano i contenuti alle piattaforme digitali. Questo significa dare priorità a brevi video, infografiche e a uno stile narrativo più diretto e colloquiale”, spiega Banjo. “Si tratta di rendere accessibili anche su Instagram notizie complesse”.

Per Chiamaka Dike, social editor di gst, il feedback delle persone è fondamentale: “Quanto dura la visione di un video? Quante persone restano dopo i primi secondi? Quali titoli funzionano meglio? Quali colori attirano di più?”

I social premiano contenuti immediati, coinvolgenti e flessibili. Per farsi notare in un ambiente digitale sempre più affollato, il giornalismo deve saper catturare l’attenzione e mantenerla. Serve ripensare il modo di raccontare: più sintesi, più impatto visivo, più capacità di creare connessioni.

Chi lavora con questo approccio si affida a dati concreti, come il tempo di visualizzazione, il tasso di coinvolgimento e quello di completamento, per capire cosa funziona davvero. Se molte persone smettono di guardare dopo pochi secondi, forse serve un’apertura più efficace o un ritmo più serrato.

Anche il tono è importante: sui social funziona uno stile più informale, più vicino a chi legge. I social vivono di dialogo e i contenuti devono tenerne conto. “Per questo sperimentiamo continuamente nuovi modi per raccontare temi complessi in modo accessibile”, racconta Banjo. Questo può significare usare l’ironia, fare domande, includere i commenti della community.

Per lavorare in questo spazio servono creatività, capacità di leggere i dati e una buona comprensione dei comportamenti online, spiegano Banjo e Dike.

Tutto questo, però, non può prescindere dall’integrità giornalistica. “Abbiamo un processo di revisione molto attento”, sottolinea Banjo. “Anche un video di un minuto o una storia da cinque slide passa sempre da più controlli”, aggiunge Dike.

Riconquistare la fiducia

Secondo Adewunmi Emoruwa, fondatore e CEO di Gatefield (l’organizzazione da cui nasce gst), il giornalismo sui social può aiutare a ricucire il rapporto con il pubblico, soprattutto dove la fiducia è venuta meno.

“Le persone vogliono ricevere notizie che parlino di loro, che le rappresentino, che assomiglino alle loro vite. È per questo che gst ha scelto i social come piattaforma principale”, spiega.

Spesso si parla della crisi di fiducia nel giornalismo come di un problema che riguarda chi legge, ma raramente si guarda alle responsabilità del settore. Gran parte del lavoro di gst si basa proprio sul coinvolgimento di voci locali: persone attive sul territorio, influencer, giornalisti e giornaliste che fanno parte delle stesse comunità a cui si rivolgono.

Una delle loro campagne, FWD with Facts, unisce video e infografiche per dare spazio a opinioni e punti di vista dal mondo dei media, figure pubbliche e creator che si impegnano a promuovere una maggiore consapevolezza sul modo in cui ci informiamo.

gst è nato per rispondere a un’esigenza precisa”, racconta ancora Emoruwa. “La Gen Z si sentiva distante dalla politica e da chi prende le decisioni. I media tradizionali non riuscivano a parlare davvero con la nuova generazione nigeriana, che nel frattempo aveva cambiato radicalmente il proprio modo di informarsi”.

Oggi, per molte redazioni, essere presenti sui social non è più una scelta. “Non è più questione di se usare il digitale, ma di come farlo”, conclude Banjo. “Se vogliamo che il giornalismo resti rilevante, dobbiamo raggiungere le persone dove si informano. E adattarci al modo in cui lo fanno.”


Questo articolo è stato pubblicato originariamente in inglese sul sito dell’International Journalists’ Network e viene condiviso qui in traduzione per gentile concessione.

Foto di George Milton via Pexels.com


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