Per scrivere articoli migliori, pensa come un bambino

4–6 minuti
Un bambino o una bambina scrive su un quaderno a quadretti con una matita colorata. La sua mano sinistra tiene fermo il foglio, mentre con la destra traccia segni rossi su un esercizio scritto in precedenza.

di Daniel Seifert (traduzione Cristiana Bedei)


È molto probabile che smetterai di leggere prima della fine di questo paragrafo. Uno studio condotto per diversi anni spiega il perché: nel 2004, la capacità di concentrazione davanti a uno schermo era in media di due minuti e mezzo. Nel 2016, era già scesa a 47 secondi.

Ora aggiungiamo un mondo attraversato da crisi sempre più gravi – guerre, incertezze economiche, disastri climatici – e concentrarsi su una storia diventa ancora più difficile. Il giornalismo è essenziale, ma se non sappiamo catturare davvero chi legge, anche le storie più importanti rischiano di essere ignorate.

La soluzione? Serve trovare modi migliori per raccontarle. Modi che rendano impossibile smettere di leggere.

E come si costruisce un racconto capace di catturare davvero l’attenzione? Vista la posta in gioco, potrebbe sembrare strano dire “pensando come un bambino”, eppure è proprio così. Riflettendo sulla mia carriera e le centinaia di articoli che ho scritto, so che i peggiori sono stati quelli in cui mi prendevo troppo sul serio. Quei pezzi in cui scrivevo come un accademico compiaciuto, pieno di certezze. Già dall’inizio, tendevo a scartare le idee che mi sembravano troppo stravaganti o fuori dagli schemi.

I migliori, invece, sono stati quelli che riuscivano a valorizzare l’inaspettato. Il primo reportage scientifico che ho scritto per Discovery Channel Magazine è stato una vera sfida per me, che di fisica sapevo poco o niente. “Puoi scrivere del nuovo acceleratore di particelle del CERN, il Large Hadron Collider?” mi chiese l’editor. “Vorrei un articolo sulla fisica quantistica.”

Annuii con sicurezza, ma sudavo freddo. La prima cosa che feci fu cercare su Google: “Hadron + CERN + quantistica”. Non capii granché, ma non mi arresi. Alla fine, riuscii a ottenere un’intervista con un professore di fisica delle particelle al CERN (l’Organizzazione europea per la ricerca nucleare). Il mio obiettivo era rompere il ghiaccio e fargli capire subito che lo stile della rivista era divulgativo e accessibile. Così gli chiesi:

“Professore, pensa che potrebbe battere Einstein in un braccio di ferro?”

Dall’altra parte del telefono, silenzio. Poi una risata. E da lì, mi spiegò il suo lavoro pionieristico con una chiarezza tale che sarebbe stata perfetta per un bambino o per sua nonna.

Quell’esperienza mi ha insegnato tre cose. Le persone esperte sono pur sempre persone. Anche gli accademici apprezzano chi evita di fargli sempre le stesse domande. Se fai domande prevedibili, ottieni risposte prevedibili. Se ti diverti a fare ricerca, chi legge lo percepirà.

Ma come si fa a tornare a pensare come un bambino preparando un articolo?

Leggi anche: Cosa vogliono le redazioni (oltre una buona storia)

Non aver paura di fare domande semplici

Le bambine e i bambini sono curiosi. Non si vergognano di quello che non sanno e non hanno paura di fare domande. Se stai intervistando una persona esperta su un tema che conosci poco, il trucco è ammetterlo. Così potrà spiegarsi senza troppi tecnicismi, esattamente come vorrebbero le persone che leggeranno il tuo articolo.

Chiedere “Me lo spieghi come se avessi cinque anni?” aiuta ad ottenere risposte chiare (ed è anche il nome di un forum molto utile su Reddit).

Non porti limiti

Per farcela serve un po’ di incoscienza, come quella dei bambini. Soprattutto se lavori come freelance. È facile cadere nel pessimismo e convincerti di essere “realista”, evitando di proporre articoli alle testate più importanti. Ma i luoghi comuni, a volte, nascondono qualche verità: non puoi sapere cosa è possibile finché non provi. E soprattutto, finché non insisti, anche dopo una serie di rifiuti.

Alla BBC e a National Geographic ho dovuto mandare almeno sei proposte prima di ottenere un incarico. Due cose mi hanno aiutato ad andare avanti: la prima è che ho iniziato a vedere l’invio di proposte come un processo continuo, senza fissarmi sui risultati immediati. La seconda è che ho cambiato mentalità: ogni rifiuto non era la fine di qualcosa, ma un passo avanti. L’occasione per riproporre quell’idea altrove e intanto pensare a qualcosa di ancora meglio per la prima testata.

Come ha scritto Mark Twain: “Tutto ciò di cui hai bisogno in questa vita è ignoranza e fiducia, poi il successo sarà assicurato”.

Fai domande insolite

Non solo alle persone che intervisti, ma anche a te. C’è una fase dell’infanzia in cui bambine e bambini fanno domande che spiazzano anche gli adulti più preparati. Tipo: “Da dove viene il vento?” o “I cani si sentono soli?”

Domande del genere non sono affatto banali. In un’epoca in cui gli incendi diventano sempre più devastanti anche a causa dei venti persistenti, forse dovremmo davvero chiederci da dove nasce il vento.

A volte basta una buona domanda per arrivare a qualcosa di più grande. Ricordi le proposte che ho mandato a National Geographic? Quella che è stata accettata partiva da una domanda precisa:

“Con il caos climatico che si intensifica e il numero di morti che aumenta, sempre più persone inizieranno a credere nei fantasmi?”

Può sembrare solo una trovata acchiappa-click, ma domande del genere attirano chi altrimenti avrebbe scrollato oltre. E una volta dentro la storia, si scoprono temi importanti in un modo che resta impresso.

Verso la fine della sua carriera, Picasso disse con un certo rammarico: “Una volta disegnavo come Raffaello, ma mi ci è voluta una vita intera per imparare a disegnare come un bambino.”

La creatività non è solo imparare cose nuove, ma anche liberarsi di certe abitudini. Se vuoi fare questo mestiere o ritrovare la scintilla creativa persa a causa del ritmo frenetico del mestiere, forse dovresti chiederti:

“Come lo scriverei se avessi dieci anni?”

La risposta potrebbe sorprenderti. E, soprattutto, aiutarti a raccontare una storia migliore.


Questo articolo è stato pubblicato originariamente in inglese sul sito dell’International Journalists’ Network e viene condiviso qui in traduzione per gentile concessione.

Foto by Pixabay on Pexels.com


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