Capire come pubblicare il primo articolo da freelance, soprattutto senza aver mai lavorato in una redazione, non è così immediato. Spesso nessuno ti spiega come fare, a chi scrivere, come proporre un’idea.
Ecco perché abbiamo chiesto a otto giornalisti e giornaliste di raccontare come hanno fatto. Di seguito, trovi le loro esperienze.
Cristiana Bedei, giornalista freelance e fondatrice di Senza Redazione:
Ho iniziato a scrivere più seriamente con la mia (defunta) fanzine Ten by 10, dove in ogni numero pubblicavo 10 interviste a 10 persone, tutte con le stesse domande su un tema specifico. Ma il mio primo vero articolo pagato l’ho pubblicato (nel 2012?) su una piattaforma specializzata in contenuti culturali su Londra, la città dove vivevo all’epoca. Ho controllato e temo non esista più.
L’avevo scoperta per caso online: cercavano proposte e ho scritto alla mail indicata per presentarmi – senza neanche un pitch! Beata innocenza. Mi hanno risposto lo stesso, chiedendomi di inviare qualche idea. Così ho proposto un pezzo su un hackerspace che conoscevo in città e voilà: la mia prima firma!
Quando ho iniziato a studiare giornalismo, poco dopo, mi sono resa conto di quanto fossi stata fortunata a trovare una redazione disposta a darmi una possibilità, nonostante il mio approccio improvvisato.
Leila Belhadj Mohamed, giornalista e podcaster freelance esperta dell’area SWANA e del Corno d’Africa:
Il mio primo articolo da freelance è combaciato con la mia prima vera e propria collaborazione con una testata registrata.
Ricordo che avevo mandato un pitch per coprire il risultato delle elezioni legislative tunisine del 2019, l’ultimo bagliore di entusiasmo della popolazione verso la politica, all’allora direttore di una piccola testata online che conoscevo di persona. Il pezzo e il mio modo di scrivere erano piaciuti e cominciammo una collaborazione, fino alla vendita della testata stessa – la nuova redazione, tra le altre cose, decise di archiviare tutti gli articoli già esistenti sul sito e persi tutti i miei lavori.
Non era la mia prima esperienza come redattrice; anche se non ho studiato giornalismo, già dai tempi dell’università scrivevo per un sito di approfondimento su Africa e Asia. Da quel momento non mi sono più fermata, anche se devo dire è più difficile farsi accettare i pitch adesso che all’epoca.
Elisa Belotti, giornalista che scrive di diritti dentro e fuori la Chiesa:
Il primo articolo da freelance è uscito su Valigia Blu nell’ottobre 2021. Avevo una laurea in Lettere moderne, ero iscritta all’albo come giornalista pubblicista e, fino a quel momento, non avevo mai collaborato con la testata. Così, insieme alla proposta, ho inviato anche il mio CV, includendo alcuni articoli che avevo già pubblicato online.
In quei giorni la Commissione indipendente sugli abusi nella Chiesa aveva appena presentato il rapporto Sauvé, un’analisi sulle violenze su minori nella Chiesa francese. Ho seguito la conferenza stampa e sono rimasta colpita dai dati, dal metodo di lavoro e dalle possibili conseguenze del report. Ho quindi scritto un breve pitch a Valigia Blu, spiegando perché la notizia fosse rilevante e perché scrivere un articolo a stretto giro.
La redazione ha apprezzato la proposta e mi ha chiesto di inviare il pezzo. Solo dopo averlo letto, hanno confermato l’interesse a pubblicarlo. Dopo un paio di modifiche, l’articolo è uscito!
Roberta Cavaglià, giornalista freelance specializzata in Europa del Sud:
Nel 2020 stavo studiando per l’esame di ammissione alla magistrale in Traduzione specializzata e non avevo nessuna formazione giornalistica formale: stavo cercando di farmene una seguendo incontri e seminari, spesso gratuiti.
Ricordo che ascoltavo spesso il podcast Giornalisti al microfono e che mi aveva colpito l’intervista a Davide Piacenza, all’epoca editor di politica di Wired Italia, che se non sbaglio aveva anche ricordato la sua mail durante l’episodio (uno dei più grandi ostacoli: ottenere la mail giusta dell’editor giusto). A pochi giorni dall’ascolto, mi era capitato di leggere una notizia interessante sul canale Telegram più seguito dai manifestanti in Bielorussia. Ho iniziato a fare ricerca e più cercavo, più mi sembrava interessante (e meno notizie trovavo sui giornali italiani). Da lì, il pitch e il primo sì (e a fine mese, la prima fattura: l’emozione di venire pagata per la prima volta per qualcosa che avevo scritto non la dimenticherò mai).
Gabriele Cruciata, giornalista d’inchiesta freelance:
Una delle fortune che ho avuto è quella di aver capito presto quale strada avrei voluto intraprendere. Per questo motivo pochi giorni dopo aver dato l’orale della maturità contattai una testata locale romana che già avevo adocchiato tempo prima. Non sapevo bene come fare, non avevo una storia specifica da proporre, e anche se l’avessi avuta non avrei saputo come svilupparla nel concreto perché non avevo mai studiato giornalismo.
Però telefonai, e qualcuno rispose.
Il mio lavoro da giornalista freelance è iniziato così, ed è poi continuato fino a oggi con una serie di collaborazioni fisse ma mai esclusive.
Mi piace citare l’episodio perché in quel momento non lo sapevo, ma questo atteggiamento del tentare e del buttarsi è quel che ha contraddistinto buona parte di quelli che penso siano i miei successi lavorativi. All’epoca era strafottenza tardo-adolescenziale, oggi è un rifiuto consapevole del perfezionismo. Ma in ogni caso, quando ho lasciato andare l’ansia di non sapere o di non essere abbastanza, lì sono nate delle soddisfazioni grosse.
Alice Facchini, giornalista indipendente che si occupa di disuguaglianze, diritti, ambiente:
“L’avocado che lascia senz’acqua migliaia di cileni” è il titolo del mio primo articolo da freelance, uscito nel 2017 sul sito di Internazionale. Avevo 27 anni, ero appena tornata dal Sud America e volevo allargare il mio orizzonte giornalistico. Precedentemente, avevo avuto qualche collaborazione con piccole testate locali, specialmente giornali di strada venduti da persone senza dimora. Non avevo contatti con riviste nazionali, è stato un collega a darmi l’indirizzo email dell’editor di Internazionale.
Ho inviato un pitch conciso:
“Da poco sono tornata dal Cile, dove ho svolto un’inchiesta sui problemi legati alla produzione di avocado, che arriva anche in Italia. È un argomento ancora poco conosciuto nel nostro paese, ma già in Danimarca e Francia due inchieste hanno portato i supermercati a non comprare più avocado proveniente da quelle zone”.
Dopo aver fornito maggiori dettagli sull’impatto delle piantagioni, concludevo: “Investigando ho scoperto che l’avocado prodotto in Cile arriva anche in Italia, entrando nella rete della grande distribuzione, anche se per produrlo vengono usate sostanze chimiche vietate. Ho già tutto il materiale e ho fatto anche delle foto”.
In fondo ho aggiunto una mia breve bio. Un’ora e mezzo dopo è arrivata la risposta: “Se vivi a Roma riesci a passare dalla redazione così ne parliamo?”
Luigi Mastrodonato, giornalista freelance, si occupa di temi sociali e marginalità, con un focus su carceri e abusi di potere:
Il mio primo articolo retribuito è stato nel 2015 su Vice, “Morire in esilio in Svizzera: i migranti italiani del suicidio assistito”. Ero laureato da poco in Scienze politiche, non avevo scuole di giornalismo alle spalle ma sognavo di fare il giornalista e mi scontravo con le mancate risposte delle redazioni alle mie numerose proposte.
Dopo qualche articolo non retribuito scritto per alcuni blog, ho deciso di contattare sui social invece che per mail il caporedattore di Vice News per presentarmi e buttare lì la proposta. La cosa ha funzionato, penso abbia influito tanto il contatto più diretto rispetto a una mail, quanto il fatto che la sezione Vice News fosse appena nata e quindi probabilmente c’era interesse a trovare nuovi collaboratori. Quell’articolo è stato poi il primo di una lunga serie per Vice e la collaborazione e i temi affrontati hanno poi aperto le porte a collaborazioni anche con altre testate.
Alessandra Vescio, giornalista freelance specializzata in questioni di genere, diritti e salute:
Il mio primo articolo è stato per The Vision, che avevo contattato con una proposta di collaborazione. Scrivevo già da anni, ma principalmente per piccoli blog gratuiti e locali. Non sapevo nulla di giornalismo freelance, né cosa fosse un pitch: avevo una laurea in lettere, un master in giornalismo di moda e uno stage in un semestrale di settore, ma oltre a qualche tecnica di scrittura non avevo imparato molto. Ero anche piuttosto confusa su cosa volessi fare e su come dovessi muovermi, e non avevo nessuno con cui confrontarmi.
The Vision mi chiese un articolo di prova e successivamente inviai un pitch che accettarono per un progetto collaterale. Entrambi i pezzi erano approfondimenti su donne marginalizzate nella letteratura, un argomento a cui tenevo molto. Da allora tanto è cambiato, ma forse se avessi avuto più fiducia, chiarezza e una rete attorno, sarebbe stato tutto un po’ più semplice.
Foto di Markus Winkler via Pexels.com
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