di Muskan Bansal (traduzione di Cristiana Bedei)
Chi fa giornalismo conosce bene l’ansia di trovarsi davanti a una pagina bianca senza sapere da dove cominciare, con la tentazione di cestinarla e sperando che le parole si materializzino da sole. Quello che spesso viene definito “blocco dello scrittore” – a volte ridotto a una questione di pigrizia o procrastinazione – è una difficoltà che, anche se non riconosciuta come condizione medica, può colpire chiunque lavori con le parole.
Mike Rose, ex docente della UCLA scomparso nel 2021, ha studiato il fenomeno conducendo una ricerca su dieci studenti, tutte persone abili nello scrivere, cinque delle quali si trovavano a fare i conti con un blocco. Rose ha scoperto che il problema non dipendeva dalla mancanza di capacità, ma dall’approccio adottato durante il processo creativo. “Le cinque persone in difficoltà seguivano regole o strategie che ostacolavano, invece di favorire, la scrittura,” si legge nella sua analisi.
Dopo numerose interviste, Rose ha tratto due conclusioni importanti: scrivere è un processo complesso, che richiede capacità di risoluzione dei problemi; e il blocco si può interpretare come un’interruzione nei processi mentali che rendono possibile la scrittura.
Da dove nasce il blocco
Secondo Rose, spesso non si riesce a scrivere a causa di regole troppo rigide e piani eccessivamente dettagliati, che soffocano la creatività. Aspettative come “devi iniziare con un’introduzione perfetta e accattivante” o “il testo deve contenere almeno tre argomenti principali” possono intrappolarci in un ciclo di dubbi e autocritiche.
Un approccio più flessibile può invece aiutarci ad evitare questi ostacoli. “Le persone che seguono regole e piani meno rigidi incontrano meno difficoltà a scrivere,” osserva Rose. Riescono a sperimentare, accettare errori e trovare soluzioni man mano che procedono. “Scrivo quello che riesco a scrivere,” ha raccontato una persona intervistata. Un’altra ha spiegato: “Se la mia idea iniziale non funziona, cambio direzione e ne provo un’altra.”
Come superare l’impasse
John McPhee, docente all’Università di Princeton e scrittore di lunga data per il New Yorker, ha esplorato il tema in un capitolo del suo libro Draft No.4. Nel testo, ricorda le conversazioni avute con ex studenti e con le sue figlie, anche loro scrittrici, e propone alcune strategie utili per sbloccarsi.
1) Scrivendo una lettera
Quando sembra impossibile procedere, la frustrazione cresce e ci si sente senza via d’uscita. In questi casi, McPhee suggerisce un esercizio pratico: scrivere una lettera. Si può iniziare con “Cara mamma” o rivolgersi idealmente a una persona fidata, raccontando le difficoltà che stiamo affrontando: la mancanza di idee, i dubbi sulle proprie capacità.
Poi, si passa a descrivere l’argomento su cui si sta lavorando. Possiamo spiegare i dettagli, parlare dei personaggi, raccontare il nostro processo di lavoro, anche sfogandoci se necessario. “Alla fine, basta tornare indietro, eliminare il ‘Cara mamma’ e tutte le lamentele,” suggerisce McPhee. Ciò che rimane sarà la base della nostra prima bozza.
2) Iniziando con una bozza grezza
Uno degli errori più comuni è pensare che il primo tentativo debba essere perfetto. Secondo Rose, questo pensiero finisce per bloccare chi scrive ancora prima di cominciare. La soluzione è accettare che ogni testo richiede più revisioni.
McPhee spiega che, in media, la prima bozza di un progetto richiede quattro volte il tempo delle versioni successive. Non deve essere impeccabile, ma semplicemente servire a “buttare giù qualcosa, qualsiasi cosa,” scrive McPhee. Anche se mediocre, questa prima versione rappresenta un “nucleo” da cui partire. Una volta completata, lasciamola un po’ da parte perché la mente ci lavori su in modo naturale. “Fino a quando non esiste questo testo, la scrittura non è davvero iniziata,” aggiunge.
La prima bozza è solo per chi la scrive: nessun’altra persona la leggerà. Le regole più rigide su struttura, introduzioni brillanti e stile possono aspettare. McPhee descrive questa fase come “il pozzo e il pendolo,” citando Edgar Allan Poe, ma spiega che superato questo momento tutto diventa più semplice: la paura scompare e i problemi si trasformano in sfide stimolanti.
3) Trovando ispirazione nel lavoro di chi ammiri
Quando sentiamo mancare la fiducia nelle nostre capacità e fatichiamo a trovare una voce personale, è utile guardare al lavoro di chi si ammira. Anche McPhee ammette di aver provato queste insicurezze, così come le sue figlie. “Quando una persona giovane esprime dubbi di questo tipo, per me è un segno di consapevolezza; se non lo fa, forse si sta illudendo,” scrive.
McPhee suggerisce di lasciarsi ispirare dalle migliori opere di altre persone, soprattutto nei momenti di incertezza. “Chi è in fase di crescita reagisce all’eccellenza quando la scopre, e inevitabilmente ne imita alcuni tratti (anche inconsapevolmente) per creare qualcosa di proprio,” spiega.
Un esercizio utile può essere studiare lo stile di un’autrice o di un autore che ammiriamo, evidenziando le frasi che ci colpiscono e provando a riscriverle. Osserviamo come sono costruiti i periodi, come vengono sviluppati gli argomenti e create immagini vivide. Poi proviamo a replicarne il tono o il ritmo, adattandoli al nostro lavoro.
Questa operazione, spiega McPhee, è simile a uno studio inverso del processo creativo. Un esercizio che può aiutarci a superare un blocco, trovare nuove idee e persino scoprire aspetti della nostra cifra stilistica. “Con il tempo, gli elementi dell’imitazione scompaiono, lasciando emergere un nuovo tratto del proprio stile, unico e personale,” conclude.
Questo articolo è stato pubblicato originariamente in inglese sul sito dell’International Journalists’ Network e viene condiviso qui in traduzione per gentile concessione.
Foto di Tirachard Kumtanom via Pexels
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