di Beryn Orera (traduzione di Cristiana Bedei)
Durante la pandemia di COVID-19, l’uso da parte dei media di espressioni come “virus di Wuhan”, “virus cinese” e “virus della Cina” per riferirsi al SARS-CoV-2, il virus che causa la COVID-19, ha alimentato la stigmatizzazione delle persone di origine asiatica in tutto il mondo.
Questo è un esempio di bias inconscio o implicito, ovvero il modo in cui, senza rendercene conto, discriminiamo e stereotipiamo in base a genere, orientamento sessuale, etnia, disabilità, età e altre caratteristiche identitarie.
Chi fa giornalismo può subire l’influenza di pregiudizi personali o sociali e rischia di perpetuare questi bias con la scelta delle parole, delle immagini, delle persone intervistate, delle storie e della sequenza degli eventi presentati nelle notizie, contribuendo a definire la percezione pubblica.
Per identificare e contrastare i bias inconsci nel nostro lavoro, dobbiamo prima comprenderli. Ecco cosa è importante sapere e come si possono gestire:
Tipi di bias inconsci
Bias di conferma
Il bias di conferma si riferisce alla tendenza a cercare e interpretare le informazioni in modo da confermare le nostre convinzioni preesistenti.
Ad esempio, nel 2011, l’emittente WBBM-TV di Chicago intervistò un bambino afroamericano di quattro anni dopo una sparatoria da un’auto in corsa. “Quando gli fu chiesto se si sarebbe tenuto lontano dalle armi, rispose che ne avrebbe presa una in futuro perché voleva diventare un agente di polizia. La parte sulle sue aspirazioni non fu trasmessa, rafforzando lo stereotipo che i maschi afroamericani siano violenti. WBBM-TV successivamente si scusò”, racconta Howard Ross, autore di Reinventing Diversity, Everyday Bias e Our Search for Belonging.
Nel servizio, gli stereotipi sugli uomini neri hanno influenzato il modo in cui è stato presentato il bambino che aveva detto di voler una pistola. Omettendo il passaggio in cui diceva di voler diventare poliziotto, l’emittente ha finito per rafforzare quei pregiudizi.
Anche gli algoritmi alimentano il bias di conferma. Chi usa piattaforme come Google, che personalizzano i risultati anche in base a ricerche precedenti e alla posizione geografica, può ottenere risposte diverse per la stessa domanda. Inoltre, la tendenza a seguire online persone simili a noi o account che riflettono i nostri interessi finisce per rafforzare ulteriormente i nostri bias.
Strettamente collegato al bias di conferma è il bias di ancoraggio: la tendenza a fare troppo affidamento sulla prima informazione che riceviamo.
Effetto gregge
L’effetto gregge si verifica quando ci si occupa di una storia perché lo stanno facendo altre persone o testate, senza considerare la sua reale importanza o accuratezza.
Un esempio significativo è la teoria del complotto nota come Pizzagate. Nel novembre 2016, WikiLeaks pubblicò le email di John Podesta, capo della campagna di Hillary Clinton. Il giornalismo di destra e utenti di internet diffusero una falsa teoria sui social media, sostenendo che quei messaggi contenessero codici che collegavano funzionari del Partito Democratico e alcuni ristoranti statunitensi, tra cui la pizzeria Comet Ping Pong a Washington, D.C., a un giro di traffico di esseri umani e abusi su minori.
Convinto da queste accuse, un uomo andò nella pizzeria e sparò alcuni colpi di arma da fuoco cercando di “indagare” per conto suo. Non furono mai trovate prove dei presunti crimini e, fortunatamente, nessuno rimase ferito.
Oppressione interiorizzata
L’oppressione interiorizzata si verifica quando una persona fa propri i pregiudizi legati alla sua identità. Questo può portare all’autosabotaggio, ad esempio escludendosi inconsciamente da opportunità o facendo lo stesso con altre persone del proprio gruppo.
“Per esempio, una persona che usa la sedia a rotelle potrebbe rinunciare a candidarsi per un ruolo da conduttrice televisiva, nonostante le sue qualifiche. Potrebbe anche minimizzare le proprie necessità, come richiedere postazioni di lavoro accessibili, per paura che possa essere vista come una debolezza”, spiega la dottoressa Hamira Riaz, psicologa clinica e del lavoro nel Regno Unito.
Altri tipi di bias includono il bias di affinità, ovvero la preferenza per persone simili a noi; l’ageismo, cioè gli stereotipi legati all’età; e il bias della negatività, che ci porta a dare più peso alle notizie negative.
Come riconoscere i bias inconsci
Informandosi e riflettendo sui propri
Tutte e tutti abbiamo dei bias. Riconoscere che esistono e prendere consapevolezza dei nostri può aiutarci a gestirli meglio mentre lavoriamo a una storia.
Facendo il test IAT
Il test IAT (Implicit Association Test) dell’Università di Harvard è uno strumento online che misura la forza delle associazioni che una persona potrebbe avere tra tratti identitari (come essere nera o gay), valutazioni (come buono o cattivo) o stereotipi (come atletico o maldestro). Usare il test IAT insieme ad altri metodi può aiutare a individuare i bias inconsci che potremmo avere.
Facendo attenzione alle influenze esterne
Segnali impliciti o pressioni possono influenzare i nostri bias quando lavoriamo su una storia.
“Ad esempio, se l’editor ha un certo punto di vista su un’intervista per quella storia, potresti subirne l’influenza, proprio come se fosse il tuo stesso punto di vista. Allo stesso modo, essere consapevole delle opinioni del tuo pubblico può condizionare il modo in cui riporti i fatti,” spiega Ross.
Osservando i nostri schemi comportamentali
Riconoscere i propri bias inconsci non è facile. Osservare schemi ripetitivi nel proprio modo di lavorare può offrire indicazioni utili.
“Se hai scritto dieci articoli e in nove di questi emerge sempre lo stesso punto di vista, potrebbe essere un segnale di bias. Puoi anche usare strumenti di intelligenza artificiale per analizzare i tuoi lavori e individuare schemi che rivelano pregiudizi nel tuo approccio,” spiega Ross.
Come affrontare i bias inconsci
Riconsiderando le nostre supposizioni
Il nostro cervello gestisce una grande quantità di informazioni, e per risparmiare tempo ed energia tende a prendere scorciatoie, vedendo in modo positivo chi ci somiglia e in modo negativo chi è differente (bias di affinità). Inoltre, un singolo episodio negativo con una persona di un certo gruppo identitario può farci sviluppare stereotipi su tutto il gruppo.
“Se non analizziamo i nostri pensieri e non diventiamo consapevoli dei possibili errori, rischiamo di formulare giudizi falsi, danneggiare le relazioni e provocare macroaggressioni o discriminazioni esplicite,” spiega Danya Braunstein, psicologa dei media presso Connected Psychology.
Cercando prospettive diverse
Circondarsi di persone simili o seguire account online che rispecchiano solo i nostri interessi può creare delle camere d’eco. Per contrastare questo fenomeno, è bene cercare prospettive diverse.
“Avere più contatti con persone di diversi gruppi nella vita quotidiana può aiutarci a smontare le generalizzazioni e gli atteggiamenti che potremmo avere verso un gruppo specifico. Inoltre, è essenziale includere nei racconti mediatici una varietà di background, culture ed esperienze,” osserva Braunstein.
Puoi anche “addestrare” gli algoritmi a fornire prospettive diversificate nei risultati di ricerca o nei feed di notizie cercando attivamente contenuti che promuovano punti di vista differenti, aggiunge Ross.
Facendo ricerca e cercando feedback
La pressione di dover prendere decisioni rapide può portare a conclusioni affrettate e basate su informazioni incomplete. Quando possibile, prendersi più tempo può aiutare a ridurre questo rischio.
“Quando puoi, prenditi il tempo per fare ricerche approfondite, scrivere e costruire le tue storie. Chiedi anche il parere di altre persone, come editor, per capire se qualcosa manca o è impreciso prima di pubblicare o mandare in onda qualcosa,” consiglia Braunstein.
Scegliendo le parole con attenzione
Presta attenzione alle implicazioni delle parole che usi, così come alle associazioni e ai significati che altre persone potrebbero attribuirvi. Ad esempio, termini come “anti-invecchiamento” sono diffusi, ma possono suggerire che l’invecchiamento sia qualcosa di negativo.
Inoltre, alcune parole che un tempo erano considerate neutre potrebbero non esserlo più. “Il linguaggio cambia nel tempo, così come le norme sociali su cosa sia considerato accettabile quando parliamo di altre persone,” spiega Braunstein.
Anche se i bias sono inevitabili, seguire questi passi può aiutare chi lavora nel giornalismo a riconoscerli e affrontarli, per offrire al pubblico informazioni più accurate, affidabili e utili.
Questo articolo è stato pubblicato originariamente in inglese sul sito dell’International Journalists’ Network e viene condiviso qui in traduzione per gentile concessione.
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