di Trinity Polk (traduzione di Cristiana Bedei)
Immagina di ottenere il lavoro dei tuoi sogni, ma sentirti come se non ne fossi all’altezza.
Molte persone, nel giornalismo, si trovano prima o poi a fare i conti con la cosiddetta “sindrome dell’impostore”. Per le donne e le persone razzializzate, però, questa sensazione può essere ancora più intensa, alimentata da sessismo, razzismo e microaggressioni sul lavoro.
“La sindrome dell’impostore è quella sensazione di non meritare il posto in cui ti trovi. È un’ansia travolgente, un pensiero continuo del tipo ‘non dovrei essere qui’,” spiega Sara Avery, production associate di ABC News Live.
Diversi studi dimostrano che questa sindrome è particolarmente comune tra le persone razzializzate, a causa di pregiudizi, pressioni e della mancanza di rappresentanza e supporto nei contesti professionali. Questi fattori creano ambienti poco accoglienti, dove chi la sperimenta finisce per interiorizzare il proprio senso di inadeguatezza, vedendolo come un fallimento personale.
“Per le persone razzializzate nel giornalismo c’è sempre la pressione di dover essere ‘due volte più brave.’ Non ci sentiamo mai autorizzate a sbagliare,” dice P. Kim Bui, giornalista e Knight Fellow all’Università di Stanford, ed ex direttrice dell’innovazione di prodotto e audience all’Arizona Republic. “Se a questo aggiungi pensieri del tipo ‘Non so nemmeno come sono arrivata qui. Dev’essere un errore,’ si entra in una spirale negativa.”
L’impatto della sindrome dell’impostore sulle comunità marginalizzate è un argomento di cui si parla ancora troppo poco. Ecco cosa dovrebbero sapere le persone razzializzate nel giornalismo su come si manifesta e alcuni suggerimenti per affrontarla.
Pressioni in ambienti lavorativi stressanti
La sindrome dell’impostore si presenta in vari modi, spesso accompagnata da sintomi come depressione e ansia. Alcuni studi indicano che fino all’82% delle persone l’ha sperimentata almeno una volta nella vita, con un’incidenza particolarmente alta tra le minoranze etniche.
Avery ha vissuto questa sindrome in modo intenso quando ha iniziato a lavorare per una rete televisiva nazionale. “Il primo anno dopo la laurea è stato davvero stressante per me,” racconta. Nonostante la sua esperienza come direttrice del giornale universitario e produttrice esecutiva del telegiornale del campus, si trovava spesso a dubitare delle proprie capacità.
“Sono davvero qualificata per far parte di una rete nazionale a 22 anni, appena laureata?” si chiedeva. La pressione di essere perfetta era enorme.
Se è normale affrontare una curva di apprendimento a inizio carriera, la sindrome dell’impostore può seriamente ostacolare la crescita professionale, generando stress e minando la fiducia in sé.
Rappresentanza e supporto
Le persone razzializzate sono ancora fortemente sottorappresentate nelle redazioni statunitensi. Secondo uno studio del Pew Research, solo l’8% di chi fa giornalismo è ispanico, il 6% è nero e il 3% è asiatico. Questa scarsa rappresentanza può accentuare il senso di isolamento per chi vive la sindrome dell’impostore.
Anche la mancanza di supporto non fa che peggiorare la situazione. Bui ricorda di aver affrontato forme di esclusione sul lavoro, che hanno alimentato il suo senso di inadeguatezza. Ad esempio, quando ha chiesto di poter assumere maggiori responsabilità, ha trovato resistenza.
“Quando ho chiesto a una persona in una posizione più alta di aiutarmi a ottenere un ruolo di leadership, mi è stato risposto: ‘Non puoi avere il mio posto,’” racconta Bui. Questi atteggiamenti l’hanno fatta sentire invisibile. “Era difficile essere non solo una donna, ma anche una donna razzializzata con l’ambizione di ricoprire un ruolo di leadership.”
A causa di alcuni commenti, Bui ha perfino cambiato il proprio aspetto. “Mi sono chiesta se non fosse il caso di modificare il mio look. Ho cambiato il modo in cui mi vestivo, una scelta di cui ora mi rammarico, ma che allora sembrava necessaria.”
La sfida più grande per lei è stata la mancanza di mentorship e supporto. “Non c’era nessuno che mi dicesse: ‘Stai facendo un buon lavoro,’” ricorda, aggiungendo che anche le pressioni culturali hanno avuto un peso. “La domanda costante era: ‘Quando sarai mai abbastanza?’ È difficile liberarsi da questa mentalità.”
Anche se la sindrome dell’impostore non è scomparsa, Bui ha imparato a gestirla. “Col tempo, impari a raccontarti una storia diversa da quella che ti fa credere, e a interrogarti sul perché hai certe convinzioni.”
Migliorare la cultura sul luogo di lavoro
Per le testate che desiderano affrontare seriamente la sindrome dell’impostore all’interno dei propri team, è necessaria una trasformazione culturale. Le aziende devono concentrarsi su cambiamenti strutturali, affrontando questioni di rappresentanza, pregiudizi e disparità salariali.
“Una cosa che credo stia migliorando è la formazione,” riconosce Bui, sottolineando come la preparazione sui temi relativi a diversità, equità e inclusione (DEI) sia sempre più diffusa. “Rendere questi percorsi più accessibili alle persone razzializzate è fondamentale.”
Ma non basta aumentare il numero di assunzioni, aggiunge Bui: queste persone devono anche occupare posizioni di leadership. “Quello che può davvero fare la differenza è avere modelli a cui guardare.” Bui è anche a favore di programmi di mentorship e formazione più efficaci per le nuove leve del giornalismo.
Tre anni fa, Bui ha co-fondato “Sincerely, Leaders of Color”, una serie di articoli che offre consigli alle persone razzializzate nel giornalismo su come orientarsi nel settore, aiutando anche le persone alleate a capire come sostenere colleghe e colleghi. La serie, attualmente in pausa, affronta temi di diversità, equità e inclusione (DEI) nelle redazioni, propone soluzioni pratiche e include contributi di autori e autrici ospiti, garantendo così una varietà di prospettive e voci.
Questo progetto si affianca a iniziative come il “50:50 Project” della BBC“, che mira a portare più donne e diversità nel giornalismo, per affrontare le problematiche della rappresentanza nei media.
“Aziende e redazioni devono ascoltare e agire concretamente,” conclude Avery. “Non bisogna avere paura di dire: ‘Abbiamo sbagliato.’”
Affrontare la sindrome dell’impostore
Ecco alcuni suggerimenti per le giornaliste e le persone razzializzate su come affrontare la sindrome dell’impostore:
Riconosci quello che senti
Superare la sindrome dell’impostore richiede consapevolezza di ciò che provi e delle cause di queste sensazioni. “Chiediti perché stai pensando certe cose,” consiglia Bui.
Crea una rete di supporto
Costruisci un network di persone su cui contare nei momenti più difficili. “La cosa che mi ha aiutato di più a superare questa situazione è stata avere persone con cui parlare e sfogarmi,” spiega Avery.
Riprogramma i tuoi pensieri concentrandoti sui tuoi successi
Quando Avery ha vissuto la sindrome dell’impostore in redazione, ha deciso di riaffermare le proprie capacità. “Devi ricordarti: ‘So fare queste cose. Devo fare un respiro profondo, e va bene chiedere aiuto.’”
Chiedi aiuto!
Chiedere supporto, sottolinea Avery, è una parte necessaria del processo di crescita. Non è un segno di incompetenza, come spesso si teme. “Quando entri in certi ambienti e pensi che le persone si aspettino che tu sappia già tutto, succede di avere paura o esitazione nel dire ‘ehi, ho bisogno di aiuto per fare questo,’ perché vuoi dimostrare di essere competente,” racconta Avery.
Accetta feedback in maniera costruttiva
Ricorda che non tutte le critiche sono negative; quelle costruttive aiutano a migliorare. “Le persone si adeguano alle aspettative che hai di loro. Ricevere critiche e accettarle per imparare è essenziale,” afferma Avery.
Cerca supporto professionale
Se la sindrome dell’impostore ha un impatto significativo sulla tua salute mentale, cercare supporto professionale può fare la differenza. “Consiglio a chiunque di fare terapia, non solo per la sindrome dell’impostore, ma per affrontare le difficoltà di tutti i giorni,” dice Avery. “Non parlare di quello che ti preoccupa, ti consuma.”
Questo articolo è stato pubblicato originariamente in inglese sul sito dell’International Journalists’ Network e viene condiviso qui in traduzione per gentile concessione.
(Foto di Christina Morillo via Pexels.com)
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