Intervista a Stefania Prandi
“Come diventare” è la rubrica di Senza Redazione che esplora i diversi lavori freelance, raccontati da chi li fa davvero.
di Cristiana Bedei
Stefania Prandi è una giornalista, scrittrice e fotografa che si occupa di diritti umani, questioni sociali, ambiente e cultura. Ha pubblicato su testate come The Guardian, National Geographic, Al Jazeera, El País, Radiotelevisione svizzera, Azione, IrpiMedia, Internazionale, il manifesto, e lavorato con numerose associazioni e organizzazioni non governative.
Autrice di tre libri – Oro rosso. Fragole, pomodori, molestie e sfruttamento nel Mediterraneo, Le conseguenze. I femminicidi e lo sguardo di chi resta e Le madri lontane – Prandi ha esplorato storie di ingiustizia, sfruttamento e violenza, ottenendo numerosi riconoscimenti in Italia e all’estero. Quest’anno ha vinto il terzo posto nella categoria Outstanding Investigative Reporting al Fetisov Journalism Award con l’inchiesta The Bitter Taste of Kiwis, un progetto che ha coordinato e realizzato insieme alle colleghe Kusum Arora, Charlotte Aagaard e Francesca Cicculli, tra Italia, India e Danimarca.
In questa intervista, ci racconta come ha iniziato, le sfide che affronta nel lavoro quotidiano e cosa serve davvero per diventare giornalista d’inchiesta.
Qual è stata la prima inchiesta che hai condotto e come sei riuscita a realizzarla?
Stefania Prandi: In un grande quotidiano economico durante uno stage. Ero al primo anno della scuola di giornalismo, ma avevo già un’infarinatura di pratica perché avevo lavorato per alcuni mesi in un giornale locale.
C’era appena stato lo tsunami in Thailandia e la maggior parte dei media riportava che i tour operator avevano interrotto i viaggi verso le regioni colpite, anche se molti resort restavano aperti. Mi sembrava doveroso verificare. Trascorsi un’intera giornata a fare telefonate e mi fu chiaro che in realtà una parte di turisti continuava a partire per i luoghi di quella tragedia. L’articolo è stato però pubblicato in versione ridotta.
Fare giornalismo investigativo significa raccontare i fatti, senza prediligere una certa versione della realtà, anche se a volte è difficile, perché, come aziende, le testate possono essere condizionate da vari interessi, inclusi quelli economici.
Qual è stato il tuo percorso formativo e professionale per arrivare a lavorare in questo campo?
Stefania Prandi: Ho frequentato la Scuola di giornalismo di Bologna. Dopo gli stage in tre diverse testate, ho avuto contratti da redattrice in redazione, a volte di pochi mesi, altre di due o tre anni ciascuno perché il precariato era già diventato strutturale. Ho comunque sempre cercato di fare inchieste, anche con pochissimo tempo e risorse a disposizione. A un certo punto sono sono tornata alla cronaca locale, assunta in una testata diffusa in tutta Italia, con un ottimo contratto. In quegli anni ho realizzato inchieste a puntate sull’ambiente, sulla scuola, sui trasporti e sulle condizioni dei lavoratori nelle fabbriche. Ricordo qualche minaccia di diffida, ma per fortuna il caposervizio con cui lavoravo mi ha sempre sostenuta.
Oltre dieci anni fa ho deciso di diventare freelance – non volevo più restare nelle redazioni che, come luoghi di lavoro, purtroppo non sono immuni da ingiustizie, raccomandazioni e molestie. Ho poi frequentato un corso di master a distanza in Svezia in Gender studies. Quell’esperienza formativa di stampo femminista mi ha permesso di mettere in discussione in modo radicale il mio posizionamento nel mondo del giornalismo. Ho capito che potevo e dovevo aprirmi al mercato internazionale, che spesso ha compensi più alti e offre prospettive più interessanti, lavorando con l’inglese e collaborando con colleghe e colleghi di altri Paesi.
Quali sono le competenze chiave per chi fa giornalismo d’inchiesta?
Stefania Prandi: Innanzitutto serve la voglia di fare un certo tipo di giornalismo che non è asservito al potere, scomodo e che richiede la messa in discussione delle proprie certezze. Il giornalismo investigativo è basato sui fatti. In genere si parte da una o più ipotesi, ma si deve essere disposti a cambiarle in base al materiale che si raccoglie. Serve un approccio laico.
Il secondo fattore è l’accuratezza: ogni fatto va provato attraverso testimonianze e documenti, e questa è sicuramente la parte più difficile, per la quale servono molta tenacia e una buona padronanza di alcune tecniche investigative che variano in base al tema e possono anche essere acquisite in corso d’opera. Certamente questi sono discorsi generali. Però ormai, le inchieste importanti non si fanno più da soli, ma in squadra, mettendo insieme diverse competenze.
Serve inoltre tenacia. Realizzare inchieste è un continuo problem solving, per questo motivo occorre essere motivati. Bisogna credere in quello che si sta facendo e riuscire a reggere la pressione.
Quali sono le sfide più grandi che affronti nel tuo lavoro quotidiano?
Stefania Prandi: Dipende dalle inchieste. Io lavoro anche come giornalista, fotografa e scrittrice. In genere scelgo di portare avanti al massimo tre inchieste insieme, sulle quali mi concentro per mesi oppure anni. Mi piace andare in profondità, avere tempo per indagare, perché soltanto così mi sembra di potere offrire davvero punti di vista diversi e mostrare angoli di realtà che magari non sono noti ai più.
La sfida più grande è sicuramente la ricerca dei fondi per riuscire a lavorare a un’inchiesta per diversi mesi, la fortuna di costruire un buon team con colleghe internazionali, il tempo per trovare testate internazionali interessate a pubblicare il lavoro. Tra le inchieste più importanti che ho realizzato ci sono state sicuramente Rape in the fields, pubblicata prima in Germania e poi in altri Paesi, che ha avuto un impatto importante in Spagna. Quest’inchiesta è proseguita negli anni anche con dei colleghi danesi. Ho approfondito il tema dei femminicidi con Le conseguenze, che è nata come un articolo e poi è diventata un libro e una mostra fotografica. La penultima si chiama Il sapore amaro del kiwi ed è stata realizzata con un grant del Journalism Fund e col supporto di IrpiMedia. L’ultima dovrebbe uscire entro novembre.
Che consiglio daresti a chi vuole intraprendere la carriera di giornalista d’inchiesta oggi?
Stefania Prandi: Fare esperienza sul campo, a livello locale, e andare all’estero, cercando di formarsi nei corsi o nelle scuole di giornalismo internazionale, per confrontarsi con realtà e approcci diversi da quelli italiani.
Consiglio anche di leggere più che si può le inchieste degli altri colleghi, sia quelle più brevi sui giornali cartacei e online (in Italia sicuramente IrpiMedia è un punto di riferimento), sia quelle che diventano libri.
Inoltre, per fare inchieste valide bisogna studiare in continuazione, specializzarsi, conoscere le lingue e avere voglia di mettersi in discussione.
Quali strumenti o risorse ritieni essenziali per il tuo lavoro?
Stefania Prandi: A me interessa soprattutto il lavoro a sfondo sociale, di denuncia. Non credo che le uniche inchieste degne di questo nome siano quelle finanziarie o economiche. Però da questi ambiti si possono sicuramente apprendere strumenti e risorse. Bisogna sapere usare i fogli di calcolo, leggere i dati, conoscere qualche strumento di web scraping. A questo proposito ci sono diverse risorse online utili, come ad esempio il nuovo toolkit di indagini online di Bellingcat.
Inoltre servono buone competenze non solo di scrittura, ma anche di fotografia, oppure video (per questo può essere utile lavorare in team). Bisogna seguire una metodologia accurata nelle interviste, per approcciarsi alle fonti – che sono soggetti come noi – senza rivittimizzarle, esporle a rischi o “sfruttarle”. Per me è essenziale mettere in discussione gli abusi di potere e le ingiustizie, ma non a discapito della sicurezza delle persone che intervisto. Mi relaziono alle fonti domandandomi sempre: se fossi al loro posto, in questo momento, come vorrei essere trattata? In che modo mi piacerebbe essere fotografata o ripresa?
Infine, mi chiedo sempre il perché scelgo certe inchieste e non altre. È vero che chi fa giornalismo può occuparsi di tutto, ma non è un obbligo. Anzi. Ci sono tematiche oppure comunità con le quali dobbiamo capire che relazione possiamo avere, prima di decidere di farci un’inchiesta.
Senza Redazione ti è stato utile?
Se vuoi, puoi sostenere il progetto con un caffè virtuale.
Grazie mille!
