Considerazioni etiche per la protezione di fonti vulnerabili

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Persona seduta alla scrivania che evidenzia parti di un documento

di Sherry Ricciardi (traduzione di Cristiana Bedei)


Nel suo articolo su come intervistare fonti vulnerabili senza ricorrere ad approcci predatori, l’esperta di etica dei media Kelly McBride sottolinea: “Come reporter, dobbiamo assumerci un’ulteriore responsabilità etica quando lavoriamo con persone che non sono abituate a rilasciare interviste”.

Queste parole diventano particolarmente significative in contesti in cui parlare pubblicamente di certi argomenti può essere rischioso. Nel Sud dell’Asia, ad esempio, affrontare tematiche religiose può scatenare reazioni estreme e pericolose.

Chi si occupa di questi argomenti si trova a dover fare scelte difficili. È essenziale dare spazio a voci che altrimenti avrebbero poche opportunità di esprimersi, per arricchire un reportage. Senza queste testimonianze dirette e i racconti di chi ha assistito agli eventi, il pubblico – e i policy maker – resterebbero all’oscuro di violazioni dei diritti umani, oppressioni di minoranze vulnerabili e molto altro.

Tuttavia, citare esplicitamente le fonti in articoli su, per esempio, la violenza contro la popolazione musulmana in India o gli attacchi contro quella induista in Pakistan, potrebbe mettere a rischio la vita delle persone coinvolte. Quali misure possiamo adottate per proteggere chi decide di parlare?

Una possibile soluzione, secondo McBride, che ricopre il ruolo di public editor presso la National Public Radio (NPR) e di vice presidente senior al Poynter Institute, è garantire l’anonimato. “Tuttavia, affinché sia efficace, deve essere implementato correttamente”, aggiunge, fornendo alcune linee guida sull ricorso a fonti anonime:

  • Per garantire trasparenza, è necessario chiarire nell’articolo come sia stata verificata l’affidabilità della fonte.

  • È fondamentale motivare la scelta dell’anonimato e illustrare i rischi che la fonte potrebbe correre se identificata.

  • Bisogna fare attenzione a non rivelare, anche involontariamente, l’identità della fonte, evitando di menzionare il luogo dell’intervista.

  • Se si pubblica una foto del soggetto non riconoscibile, è cruciale eliminare i metadati per non divulgare dettagli come il luogo, l’ora o la data dello scatto.

  • Se si opta per l’anonimato, ogni decisione deve essere attentamente valutata per garantire l’incolumità della fonte.

McBride auspica che il giornalismo adotti linee guida più formali per proteggere le fonti vulnerabili e ha sviluppato un toolkit di buone pratiche per chi lavora con persone che necessitano di protezione. Tra le raccomandazioni:

  • Prendere contatto: “Inizia con una conversazione informale e off the record. Descrivi il tuo articolo, il tempo necessario per completarlo e le possibili domande […] spiega dove verrà pubblicata la storia e se rimarrà sul sito web della tua testata a lungo termine.”

  • Identificazione: “Insieme all’editor con cui stai lavorando metti insieme diverse opzioni da proporre alle persone intervistate per la loro identificazione. Considera l’uso di iniziali, secondi nomi o altri modi per garantire alla fonte una certa riservatezza.”

  • Partecipazione continua: “Se una fonte rivela informazioni che potrebbero causarle danno o imbarazzo, offrile la possibilità di riformulare o ridefinire le informazioni, se rilevanti per la tua storia.”

  • Prima della pubblicazione: “Assicurati che la fonte sia informata di quando e dove l’articolo sarà pubblicato. Falle sapere come la storia sarà probabilmente presentata sulle varie piattaforme social.”

  • Dopo la pubblicazione: “Informa subito la fonte su come può vedere o ascoltare il lavoro pubblicato.”

Alla NPR, spiega McBride, l’uso di fonti anonime deve essere approvato dai managing editors per assicurare che questa pratica sia riservata a coloro che sono veramente in pericolo.

Sul sito web del Poynter Institute, nella sezione “Ethics and Leadership”, sono disponibili ulteriori consigli e linee guida.

Guadagnarsi fiducia e accesso


Media Matters for Democracy (MMD) a Islamabad offre corsi su come riportare notizie su comunità emarginate in modo etico.

Ecco un messaggio dal loro sito web: “Fare giornalismo richiede l’umiltà di ascoltare le storie di persone meno privilegiate. Non c’è alternativa al dedicare tempo a coloro di cui si vuole parlare, comunicando chiaramente le proprie intenzioni e ascoltando le loro voci.”

MMD suggerisce diverse strategie per instaurare un rapporto di fiducia e ottenere accesso a popolazioni vulnerabili:

  • Valorizza le relazioni esistenti. Chiedi alle fonti che già conosci di metterti in contatto con comunità emarginate e affidati a loro per conoscere nuove persone all’interno di questi gruppi.

  • Spiega il tuo lavoro. Come giornalista, puoi instaurare fiducia spiegando chiaramente chi rappresenti, su quale tema stai lavorando, perché è essenziale interagire con i membri del gruppo e come il loro contributo potrà arricchire il racconto. È importante anche discutere apertamente dei potenziali rischi coinvolti.

  • Mantieni i contatti: Se identifichi una fonte di una minoranza religiosa che offre informazioni preziose, cerca di tener vivo il rapporto con contatti regolari e sicuri. Non dimenticare di riallacciare i legami con chi non senti da tempo, magari con una telefonata.

Inoltre, MMD adotta un approccio chiamato “Analisi Morale Sistematica” per promuovere scelte eticamente solide. Tra le domande che chi fa giornalismo dovrebbe porsi ci sono: 

  • La storia rispetta i doveri del giornalismo? 
  • È nell’interesse pubblico? 
  • Rinforza la funzione di controllo dei media?
  • Rispetta i valori tradizionali dell’informazione?
  • Potrebbe causare danni fisici, finanziari o alla reputazione? E in tal caso, questi danni sono giustificabili?
  • Le azioni intraprese contribuiscono al bene della società?

In conclusione, trattare temi legati a minoranze religiose o altri gruppi vulnerabili significa dover bilanciare interesse pubblico e potenziali danni, mostrando compassione, specialmente verso fonti che possono essere soggette a persecuzioni. È cruciale riflettere continuamente su: qual è il mio obiettivo giornalistico? Quali alternative ho a disposizione? Quali sono le possibili conseguenze delle mie azioni? Posso giustificare le mie scelte di fronte al pubblico, ai miei superiori e a me stesso o me stessa?

Altre risorse utili

  • Code of Ethics, dal codice etico della Society of Professional Journalists


Questo articolo è stato pubblicato originariamente in inglese sul sito dell’International Journalists’ Network e viene condiviso qui in traduzione per gentile concessione.


(Foto: ANTONI SHKRABA production via Pexels.com)


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